venerdì 4 febbraio 2011
AMAMI.....GIOIA
Se mi chiederai com'è la vita, ti dirò ch'è puttana come sono puttane le parole.
Si muovono sinuose nella tua fantasia e mi dirai che m'ami come si amano le parole d'altri.
Se mi chiederai com'è la mia vita non ti mostrerò il mio dito medio, al limite troverai parole e ti dirò che quelle sono il mio dito medio.
Le parole non si danno, si mostrano.
Qualcuno le sente, qualcuno le ignora - emozioni a perdere -
Davanti a un bel fondo schiena, pure io mi giro e penso che quella sia poesia, una delle poesie della natura dove piovono desideri e quasi mai nevica.
Di solito nevica nell'anima e quando nevica non si sentono i rumori dei sensi.
Dopotutto non c'è niente di più erotico della parola scritta.
Accende fantasie.
Accende me.
Forse, accende anche te
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Se ne fossi capace disegnerei il profilo di ogni cosa. Solo il profilo. A tratti leggeri di matita morbida. un'unica linea. solo l'essenziale. Solo l'essenziale. E mi chiedo il profilo dell'amore e del piacere. Quale forma contenga quel profilo che non conosco. Ma una cosa la so. Aveva ragione michelangelo. La forma va cercata dentro blocchi all'apparenza compatta. È già lì. Acquattata in altro. Dimentica di se stessa. Aspetta di essere scavata e cesellata. Forse l'amore è opera di sottrazione. Come la ricerca del piacere. Bisogna scavare la notte fino a trovare il profilo di due corpi asserragliati nell'orgasmo. Togli i giorni uguali. Togli gli abiti. Togli la paura. Togli la polvere dalle parole. Togli l'assenza dei giorni assolati (non si è mai tanto soli quanti nei giorni di cielo azzurro). Togli l'amaro delle disillusioni. Togli tutto l'innaturale. Il dovuto. Il forzato. Il compromesso. Togli la grammatica ai versi di poesie costruite per estetica. Togli il rossetto alle labbra e il falso profumo sulla pelle. Togli i millenni di retorica dell'amore. Di poesia dell'amore. Di religione dell'amore. Perchè l'amore è un'opera di sottrazione. Un profilo su una forma ignota. Di un colore senza nome. Il colore del tuo nome. Sussurrato, come una cantilena infantile. Come una nenia funebre. Il tuo nome. Il tuo nome. Il tuo nome. Ripetuto mentre mi immergo in te. Per non doverti morire. Per non vederti morire. Il tuo nome. Il tuo nome. Il tuo nome. Nelle carezze. Sulla lingua che percorre il tuo collo. Sulle dita che si aggrappano ai capezzoli. Il tuo profilo è un'essenza discreta nella mia memoria ancestrale. D'animale mai dissolto in spericolate catene di cromosomi. L'amore è un'operazione di sottrazione. E in un istante conosci il blocco e vedi al suo interno la forma. La tua. Quella desiderata. E quella che si può scavare. E intorno al letto schegge di pietra e polvere. Frammenti di inutilità staccata a forza da quel profilo buono. E sul letto quel profilo di eternità sfiorata. Tramandata da generazioni di bestie silenziose all'ombra dell'anima. Il primo gesto. Una mano sui capelli, l'altra a stringere il seno. Come cani. Dietro di lei. Dentro di lei. Sopra di lei. Rumore di carne sulla carne come schiaffi. Rumore di inutilità infranta. E il tuo nome il tuo nome il tuo nome. Come un mantra. Una preghiera. Un'invocazione al dio che tutto ha dato per tutto prendersi. Che ci lasci questo giorno e questa ora. Che ci lasci l'illusione di poter dimenticare. Che ci lasci l'arroganza di crederci talmente inferiori da poterci permettere l'essenziale. Un profilo di due corpi intrecciati. Di un colore senza nome. In un giorno senza nome. In una tristezza gioiosa e disperatamente allegra. Ultimo frammento di pietra prima del nulla
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