venerdì 4 gennaio 2013
PIU' SU-ANDREA BOCELLI & RENATO ZERO-GIOIA
Lui si sveglia. È notte fonda e nella stanza l’unico suono è il respiro di lei. Il suo corpo irradia un tepore soffice. La sua pelle emana un tenue profumo. È persa nei suo sogni e lui la ama. L’uomo muove titubante una mano verso di lei. È pervaso da pensieri strani, mentre il sangue gli si rimescola eccitante nelle vene. Lei è sua. La sente sua. E ora la desidera. Il suo respiro accelera, mentre il cuore comincia a martellargli nel petto. Le dita piano si avvicinano alla spalla di lei, che indossa una canottiera leggera di seta. Le dita sfiorano finalmente la pelle calda, che ha un piccolo fremito involontario. Chissà come si è tradotto nel suo mondo onirico questo gesto?
allegra gioia...IO
Ormai nessuno la chiamava col suo vero nome e forse neanche se lo ricordava più.
Già da piccola, quelle cinque lettere le erano state appiccicate addosso insieme a tutti i chili che aumentavano e aumentavano a dismisura. A scuola era presa in giro in continuazione, i bambini sapevano essere perfidi, fino all’estremo, sembrava che i cuori di quei piccoli bastardi fossero aridi come deserti. Così, lei rimaneva da sola con la sua amica immaginaria (magra) e i suoi mille pensieri che non comprendevano solo bignè e pastorelle. Proprio di fianco allo scivolo che non era omologato per le sue misure, nasceva un odio incontrollato nei confronti di tutto e tutti. Nell’aula piena di giochi e sedioline, la piccola Piggy vedeva solo buio e voci indistinte che cercava di soffocare. Qualche volta la maestra le chiedeva come stava… ma lei si chiudeva nel suo enorme guscio e cominciava a dar vita a pensieri reconditi… pensieri poco adatti a una bambina con ancora il moccio al naso. La sua vita aveva preso quella brutta piega e, nel corso degli anni, non cambiò così tanto ed era proseguita seguendo inesorabilmente lo stesso canovaccio: da piccola aveva provocato tanta tenerezza e pena (ma il sentimento era avvertito solo in alcuni adulti), da adolescente aveva destato preoccupazione e da adulta: ribrezzo condito freddo con scaglie di derisione.
Il mondo era troppo piccolo per le sue misure, tanta cattiveria, sterminata superficialità, infinito odio. Così Piggy, che in realtà si chiamava Alessia, aveva imparato a ingurgitare anche tutta la negatività che la circondava (oltre alle migliaia di calorie che cercavano riparo nel suo generoso corpo “balenifero”). Le sue giornate proseguivano nel disperato tentativo di nascondersi dagli sguardi maliziosi e pungenti di tanti sconosciuti che, credevano di essere autorizzati a prenderla in giro solo perché più magri di lei. Era difficile togliersi di dosso tutte le occhiate che le rimanevano appiccicate sulla pelle troppo sudata per la fatica profusa nel compiere qualsiasi comune gesto come alzarsi da un’innocente sedia.
Soffriva, ma non lo faceva come le persone normali, a ogni lacrima corrispondeva un bel centimetro di anima che le volava via. Dentro di sé aveva un vuoto che cercava di colmare mangiando di nascosto qualsiasi cosa che le capitasse a tiro. Un vuoto che si era insinuato nel suo corpo gradualmente e che si era nutrito di tutte le amarezze che Piggy aveva dovuto sopportare fin da quando era una bambina. E restava da sola con i suoi bocconi che non la giudicavano e che le entravano nel profondo.
Forse cercava di colmare l’abisso riempiendolo con qualsiasi cosa che la sua bocca aveva il coraggio di incamerare. In realtà, il vuoto di Piggy era solo una discarica nella quale buttare rifiuti sottoforma di zuccheri e calorie. Ogni lacrima, due bocconi, ogni delusione era rinchiusa tra i dolci e tutte le schifezze che buttava nella sua “bocca-cassonetto”.
La sera tornava a casa, prendeva la chiave e apriva il cassetto della dispensa, era come un rito.
Con la paura che qualcuno la scoprisse, prendeva tutto quello che le mani piccole e tozze potevano afferrare e si chiudeva in camera per iniziare i suoi tristi festeggiamenti.
“Grande dea merendina” pensava e mangiava fino a star male. Mentre masticava le faceva male la mascella, ma continuava e non si fermava, doveva riempirsi per bene perché il giorno dopo non avrebbe toccato neanche un bicchiere d’acqua. Quella era la sua strategia vincente. All’inizio aveva sofferto, ma con un po’ d’allenamento, le cose cambiarono e, in qualche settimana, aveva imparato a ignorare i terribili morsi della fame. E, durante il giorno era in grado di nascondere il suo segreto e non far entrare nella bocca neanche l’aria necessaria a respirare per paura di farla giungere nella pancia.
Si era costruita un bell’alibi e quanto ci teneva… così, quando le amiche le dicevano come mai era così… beh… insomma…ROBUSTA, lei poteva dare tutta quanta la colpa alla maledetta costituzione o alle ossa che erano troppo grosse. Sì, era diventata bravissima e, oltre al fastidio per la sua presenza ingombrante, era stata anche in grado di provocare la compassione delle persone che la conoscevano. E ne era molto soddisfatta… allora... non era solo brava a mangiare. Fu una rivelazione. Per secoli era vissuta nella convinzione di essere una nullità, di essere solo un distributore automatico di ribrezzo e schifo.
Nel momento in cui Piggy capì di essere in grado di dissimulare qualsiasi cosa e che poteva fingere di avere empatia con gli altri, fu la fine.
Il vuoto che nascondeva sotto i suoi cento chili la risucchiò completamente.
Rideva e lanciava occhiate amorevoli ma il suo cuore non batteva e si cibava solo di odio.
Era quasi felice, cosa poteva chiedere di più? La compassione pagava e lei aveva imparato a stimolarla, aggiungendo alle sue sventure genetiche particolari inesistenti di eventi sfortunati che la affliggevano, ma che non erano mai accaduti.
Non era più solo Piggy, era diventata la “povera Piggy”.
Chi, però, la riteneva povera continuava ugualmente a disprezzarla, e a lei non importava se ciò significava ricevere la carità a tempo indeterminato. Sigarette, telefonini, vestiti erano il prezzo che i suoi amici pagavano per pulirsi l’anima e redimersi per i bizzarri gesti d’affetto che riservavano a quella ragazza. Era come se pagassero per continuare a denigrarla e a sotterrarla con le loro cattiverie, credevano che fosse un modo più che equo di spendere i “loro” soldi non guadagnati col lavoro, usciti freschi freschi dalla tasca di papà.
Allora Piggy si era auto convinta di trovarsi al settimo cielo e le sembrava di volare come una mongolfiera spensierata… fino a un maledetto giorno di novembre.
2
Era una sera come tante, come tutte le sere sprecate a far uscire ipocrisia dal fumo delle sigarette e a urlare frasi fatte creando solo suoni da far galleggiare nell’aria gelida. Qualcuno parlava del “tronista bono” di Maria, qualcun altro disquisiva dottamente sulle scarpe nuove da trecento euro e qualcun altro ancora contava con dovizia le banconote utili da dare in pasto a qualche videopoker famelico. Tra tutte quelle cose interessanti non mancavano mai le belle battute buttate come pietre sul solito, ben distinguibile bersaglio immobile.
Piggy era seduta sulla fredda panchina verde nella piazzetta del suo quartiere, di fianco aveva qualche conoscente che poteva benissimo spacciarsi per amico, e rideva.
Lo faceva più per mascherare la rabbia che fuoriusciva dagli occhi senza espressione.
-Se si concentrano sulle labbra imbrattate di rossetto che ridono ebeti, non si renderanno mai conto che li detesto…- pensava nel suo animo ormai sporco e recondito.
Intanto si appoggiava le braccia pesanti sui rotoli che pendevano in equilibrio precario sulla cintura nuova che qualcuno le aveva regalato.
Rideva e il suo corpo vibrava come una gelatina, così cominciavano a ridere anche gli altri.
-Hey Piggy!!!- si sentì in lontananza.
Il cuore della ragazza cessò di battere. Era lui, il ragazzo che desiderava più di ogni altra cosa al mondo, oltre all’avere più di qualche taglia di meno. Ogni volta che lo vedeva, iniziava ad avere difficoltà nel respirare, le mani cominciavano a sudarle in maniere copiosa, rendendola ancora più repellente alla vista e… a un eventuale contatto fisico.
-Ciao M…m…Marco!-
-Oh mio Dio, la mia maialina che b…bb…balbetta!- disse Marco provocando una risata generale. La ragazza fu delusa, ma allo stesso tempo rincuorata perché era sì una maialina, ma era la sua maialina. Magra consolazione, ma a lei potevano bastare gli avanzi… almeno in quell’occasione. Per lui avrebbe fatto di tutto. Ne era convinta, avrebbe potuto mettere la mano sul fuoco senza paura di bruciarsi. Il pensiero di mettere una parte del suo corpo arrosto, come si fa con i wurstel, le fece ricordare i suoi chili di troppo e la sua somiglianza a un suino.
Abbassò la testa e i lunghi capelli ricci e biondi le coprirono il volto. Come spesso accadeva, nessuno le diede più importanza. Sembrava una cosa impossibile, ma Piggy ritornò a essere invisibile e… inutile.
Mentre mandava un messaggio con una mano sola, probabilmente a nessuno, la sua attenzione fu catturata da una figura nascosta nella penombra, tra gli alberi e i cespugli della piazzetta che la fissava. Sembrava che stesse sogghignando tenendo le braccia conserte.
La figura fece qualche passo in avanti e subito fu illuminata dalla luce arancione del lampione.
Tutti si voltarono sorpresi. Non capitava spesso che uno straniero bazzicasse da quelle parti e non capitava spesso che lo straniero fosse donna, una bella donna.
-Prego, aiutare me. Io grosso problema. Prego-
I ragazzi si lanciarono occhiate taglienti colme di divertimento, non sembravano provare compassione, era come se le suppliche non giungessero alle loro orecchie refrattarie.
Fu in quel preciso istante che Piggy capì che era la sua occasione di mettersi in luce, di essere vista in maniera differente. Era l’occasione di dimostrare a Marco che anche lei valeva qualcosa, non solo come riserva illimitata di carne in caso di carestia. Era arrivato il momento in cui l’elefante prendeva il toro per le corna.
Iniziò il suo spettacolo.
-Hei, ma che diavolo vuole questa?- Piggy cercò di sembrare sicura di sé. Si guardò intorno per trovare l’approvazione dei compagni che cominciarono a ridacchiare più per spirito di cameratismo che per la fantasmagorica esibizione.
Lo stentato divertimento fu come linfa per la ragazza che continuò ciò che aveva iniziato.
-Allora che ci fai qui? Non abbiamo soldi… c’è la crisiiiiiii- si sfregò il pollice contro l’indice per dare più consistenza al suo pensiero.
-Ma io… avere bisogno…- replicò la malcapitata.
-Io avere, io avere, uh uh, cosa tu avere. Tu avere rotto le palle- e cominciò grugnire o a ridere, la differenza comunque non si notava.
La donna si avvicinò sempre di più dando l’impressione di non ascoltare gli insulti, Piggy si alzò e le andò incontro dandole uno strattone e facendola cadere per terra.
-E’ meglio per te se sparisci- disse la ragazza mentre respirava con affanno.
La straniera si alzò col viso rigato di lacrime, guardo l’impietoso pubblico che rideva e se ne andò dissolvendosi nel buio. Piggy la vide sparire. Il cuore le batteva per l’emozione. Rimase a fissare il buio continuando a dare le spalle ai suoi amici. Era ansiosa di ricevere i complimenti per la grandiosa performance. Sapeva che certe occasioni potevano capitare una sola volta nella vita e sapeva anche che quella era la chance che avrebbe potuto elevarla. Era riuscita a non farsi scappare quel treno, sì… nella sua mente, resa idiota dai chili che le soffocavano anche i pensieri, aveva messo su uno spettacolino da grammy awards. Come un’attrice consumata, rimase ancora un po’ a respirare gli sguardi dei suoi pseudo amici tra la paura dei loro giudizi e il piacere “orgasmante”della cattiveria che paga… la cattiveria gratuita e ignobile.
Si girò di scatto.
-Hei- esclamò alzando i due paffuti pollici cercando di scimmiottare Fonzie. Al pensiero di quel nome ebbe subito fame. Chissà perché?!?
3
Quella sera decise di tornare a casa a piedi, come un’eroina solitaria, voleva rivivere tutti i momenti della sua gag. Aveva ancora stampato, in faccia, un sorriso compiaciuto, pieno di buone speranze. Si sentiva bene, appagata. Era come se si stesse godendo il meritato riposo dopo una grande fatica. Anche se, in realtà, essere stronza all’ennesima potenza, non le era costato tanto.
Il freddo le lambiva la schiena e la pancia a causa della maglia troppo stretta e corta che s’imponeva d’indossare, forse per sembrare più snella. E più ridicola. Camminava e la luce dei lampioni faceva espandere un’ombra enorme sull’asfalto freddo. A un tratto, un rumore giunse dai cespugli alla sua destra.
Girò lentamente la testa ma non scorse nulla.
-Qualche cagnaccio maledetto. Li odio!- pensò con gaia leggerezza.
Continuò la sua pesante marcia verso casa. Il cuore le batteva per la felicità, ma soprattutto, per la fatica di muovere un’enorme massa di grasso flaccido. Qualcosa la bloccò afferrandole la spalla. Piggy si fermò impietrita convinta che il giorno fosse arrivato, qualcuno voleva violentarla, qualcuno con uno spiccato senso dell’orrido voleva affondare le mani sul suo corpo e, con un po’ di fortuna, anche qualcos’altro in zone infestate da secolari ragnatele.
-Magari- si vergognò, ma non troppo, per ciò che aveva sperato.
Si voltò e un forte terrore la inondò. Alle sue spalle c’era la donna che, poco tempo prima, aveva sbeffeggiato davanti ai suoi amici. Ora però Piggy era sola e non aveva neanche il coraggio di sostenere lo sguardo della presenza che, in quel frangente, appariva inquietante. La ragazza cominciò ad avere paura.
-Ancora tu? Lasciami in pace-
La straniera continuò a fissarla immobile con i suoi occhi neri e penetranti. Non parlò.
Piggy allora con uno scatto al rallentatore cominciò a correre e non si fermò fin quando non giunse a casa tutta sudata e con le lacrime agli occhi.
Era sicura che la donna non l’avesse seguita. Finalmente era al sicuro.
Aprì la porta e corse in camera senza neanche accendere le luci.
Entrò nella sua stanza e vide ciò che non avrebbe mai voluto.
La donna era lì che la aspettava dandole le spalle.
Piggy si sentì mancare le forze.
-Non sei stata molto gentile Alessia- la ragazza trasalì nel sentire pronunciare il suo vero nome. E poi, la pronuncia straniera era sparita completamente.
-Come fai a sapere come mi chiamo? Hai parlato con i miei amici, vero? Mi state facendo uno scherzo? Parli perfettamente l’italiano- Piggy cercò di abbozzare un sorriso paffuto e idiota.
-No, io so molte cose che giacciono nel tuo cuore avvelenato dalla rabbia, dall’invidia, dalla delusione e sì, parlo l’italiano. Prima ho solo recitato la parte della straniera sperduta. Così, per vedere la tua reazione, anche se avevo previsto tutto ciò che avresti fatto-
-Non sai niente di me- replicò insicura, Piggy.
Invece non era così.
-Potrei farti diventare magra e bellissima, lo sappiamo tutte e due che è l’unico modo per essere notata- la donna non riuscì a nascondere un sorriso che mostrò, per pochissimi istanti, denti aguzzi e sporchi.
-E’ impossibile. Sono pienotta di costituzione-
-Pienotta? Ti va di sprecare eufemismi?- la figura prese per i capelli la ragazza e la portò davanti allo specchio. Era strano che una persona così delicata avesse una forza così sovrumana.
Piggy abbassò lo sguardo. Sapeva cosa ritraeva lo specchio, lo vedeva ogni giorno della sua vita ipercalorica.
-Posso farti diventare normale. Solo se tu lo vuoi. Solo se sei disposta a rinunciare a qualche piccola e insignificante cosa- la stretta ai capelli non sembrava allentarsi.
-Non ho niente- la ragazza non aveva intenzione di cedere nulla di ciò che aveva ricevuto in regalo dai suoi “amici”.
-Non mi serve niente di tutte queste stronzate che neanche ti appartengono. Mi basta solo la tua parola. Mi devi solo assicurare che al momento giusto, mi renderai ciò che mi spetta-
-Vuoi la mia anima. Sei il diavolo?- disse Piggy spaventata.
-Non sono il diavolo e non vorrei la tua anima neanche se la lavassi con la candeggina- le parole della donna furono lapidari. Piggy si consolò e si sentì rincuorata. Non doveva cedere nulla, fu un vero sollievo. Dare la sua parola? Cosa le costava poi? Poteva farlo senza rimetterci, pensò al culmine della gioia. Aveva già un piano. Poteva raggirare anche quella donna tanto strana. Era una sua specialità, poteva farlo.
-Va bene- sorrise soddisfatta ma ancora non completamente a suo agio.
-Hai deciso allora? Non puoi più tornare indietro-
-Si, vediamo che sai fare- ora Piggy, nel limbo ovattato della sua idiozia, iniziava a sentirsi un po’ più al sicuro.
-E così sia- la straniera prese il braccio della ragazza e lo incise con l’unghia dell’indice spropositatamente lunga e gialla. E sparì com’era apparsa.
4
La mattina seguente Piggy si svegliò e le parve di aver sognato, eppure non ricordava neanche di essere andata a letto. Si guardò subito il braccio convinta di trovarvi qualcosa. Non c’era niente, non sapeva se essere contenta o delusa. In realtà quello che aveva creduto di vivere era assurdo, quelle cose capitavano solo nei film. Peccato, avrebbe rinunciato a tutto pur di dimagrire e conquistare Marco. Un fremito le percorse i rotoli. Si alzò dal letto ma quella mattina si sentì più leggera, era convinta che fosse solo suggestione, non poteva essere vero. Si sentì un po’ più stupida ma alla fine lo fece, decise di riallacciare i contatti con la sua nemica più spietata e sincera: la bilancia. L’ultima volta che si era sottoposta al supplizio, il suo peso era arrivato a 101 chili. Il cuore le batteva, era sempre un’emozione salire sulla piccola piattaforma metallica. Appoggiò lentamente il piede destro facendo ruotare il quadrante, poi fu la volta del sinistro.
Aspettò che il cursore si fermasse su un numero. 105 chili. Provò una forte delusione, come se tutta la sua vita dipendesse da ciò che la bilancia avrebbe sputato con onesto disprezzo.
Ora era convinta che la sera prima aveva fumato troppo, forse doveva darsi una regolata con le canne. Anche perché le facevano venire una gran fame.
Il tempo passò e piano piano Piggy cominciò a perdere peso, mese dopo mese riuscì, senza sapere come, a dimagrire e a dimagrire. Dopo sei mesi aveva perso ben quindici chili, dopo un anno i chili persi erano diventati trentacinque. Ogni volta che si guardava allo specchio non riusciva a credere ai suoi occhi e le tornava in mente quella donna.
-Che sciocchezza, non è mai successo. Avrò qualche problema di tiroide o qualcos’altro. Ben venga qualsiasi cosa, tanto sono magra- pensava.
Era magra ma non le bastava, voleva essere ancora più secca, come le mitiche ragazze taglia trentotto che vedeva alle sfilate, quelle sì che erano esempi da seguire, come le martiri che perdevano la vita per difendere il loro sottopeso. Dopo un anno e mezzo arrivò a pesare cinquanta chili. Non aveva più amiche perché erano invidiose del suo nuovo aspetto, ma tanto, non aveva mai avuto delle vere amiche. Si era servita di loro per ottenere qualcosa ogni tanto, adesso era il suo nuovo corpo a farle avere tutto ciò che desiderava.
Iniziava a credersi bellissima, e con la sua nuova silhouette era quasi riuscita a conquistare l’amore della sua vita.
Lo desiderava più di ogni altra cosa, negli ultimi mesi si erano frequentati parecchio, lui non la chiamava più Piggy, spesso uscivano da soli, era vicina a ottenerlo per sempre. Ne era convinta. Si sentiva leggera e non solo fisicamente. Non mangiava neanche più in segreto, si era dimenticata completamente di quello strano incontro. Fu costretta a ricordarlo. Presto, molto presto.
5
Quella sera era particolarmente bella, come non lo era mai stata in tutta la sua vita. Si guardava nello specchio e il cuore le pulsava rimbombando nelle orecchie.
Il momento era giunto, il sogno della sua vita stava per tramutarsi in realtà, Marco sarebbe diventato ufficialmente il suo ragazzo, ne era certa, perché, lo aveva ammaliato con le sue nuove linee.
Mentre appoggiava delicatamente l’eyeliner sui bordi della palpebra trasalì disegnando una linea nera sulla guancia spalmata di fondotinta. Aveva visto qualcosa, un’immagine fugace nello specchio, proprio di fianco al suo viso riflesso. Si voltò ma non scorse nulla. Continuò a truccarsi cancellando il tratto nero dal viso, ora il cuore le batteva più forte ma non più per l’eccitazione, stava cominciando ad avere un po’ di paura.
-Non può essere. Cazzate- fischiettò nervosamente per scacciare i cattivi pensieri che le inombravano la mente straripante di nullità.
Guardò l’orologio che ormai le stava largo al polso. Era troppo presto, mancava ancora un’ora all’appuntamento.
Mentre usciva dal bagno vide ancora un’ombra attraversare il corridoio. Pensò di stropicciarsi gli occhi ma non lo fece perché li aveva appena imbrattati. Fermò le braccia a mezza altezza sforzandosi per non farle giungere al viso. Accese tutte le luci e iniziò a camminare con calma addossando la schiena ai muri freddi. Trovò il cellulare e cercò di chiamare qualcuno ma, ovviamente, non c’era campo. Lo scaraventò con rabbia contro il pavimento.
-Ma che succede? Di cosa ho paura? – la ragazza cominciò a tremare perché iniziava a rendersi conto che l’incontro, avvenuto più di un anno e mezzo prima, c’era stato realmente e quella donna era tornata perché voleva qualcosa. Chissà cosa poi.
Entrò in camera, toccò con dita incerte l’interruttore e… per fortuna non c’era ombra della donna. L’assenza le fece prendere coraggio, afferrò in modo rapace la borsa e s’infilò la pelliccia che la faceva apparire come una colf. Quanto si rallegrava quando la etichettavano in tal modo, aveva sentito quel termine in televisione, anche se non ne aveva carpito il significato. Comunque, tutto ciò che usciva dalla tv era sempre oro colato e, poi, quell’appellativo le sembrava “cool”.
Barcollando sui tacchi da dodici centimetri scese le scale cercando di raggiungere una cabina telefonica superstite. Non ne trovò.
Decise di incamminarsi e andare a piedi a casa del suo amato.
Si guardava intorno, le sembrava di essere seguita, accelerò il passo.
-Alessia- fu un richiamo flebile, quasi delicato che si confondeva con il suono del vento.
La ragazza si fermò all’improvviso, come se le gambe fossero diventate due colonne di marmo.
Non rispose. Si mise le dita in bocca per rosicchiarne le unghie con avidità.
-Dove vai così di fretta?- si udì da un luogo indefinito.
Alessia fece un grosso respiro e iniziò a correre perdendo una scarpa sul marciapiede. Non riuscì a frenare le lacrime che le distrussero il trucco.
Mentre si guardava indietro, singhiozzando, andò a sbattere contro qualcosa…o qualcuno.
-Ah, ah, ah, ah- la risata era possente e metteva i brividi.
-Vattene via- disse la ragazza tirando su col naso.
-Andarmene? Ti sei dimenticata del nostro patto? Spero di no perché io ci tengo a queste cose-
-Si, si il patto. Non ho nulla. Anzi sì, eccoti, ho solo queste- la ragazza estrasse una banconota da dieci euro e la buttò ai piedi scalzi della donna che le sostava davanti agli occhi naufragati.
-Ah, ah, ah ti dimostri ancora più stupida di quanto avrei mai potuto immaginare. Non li voglio i tuoi stupidi soldi, che, tra l’altro, non sono neanche tuoi. Non voglio niente che tu abbia toccato con quelle mani sudice. Non lo vuoi capire eh? Voglio solo il peso di una tua decisione, è tutto ciò che mi serve-
-Che decisione?- replicò Piggy. La donna rimase in silenzio con un ghigno appena accennato sulle labbra un po’ screpolate.
-O rinunci alla tua magrezza e il tuo amichetto vive o rimani così e mi prendo la sua vita-
-No, non puoi farlo, no, no Marco no! La mia linea perfetta… no! Sei uno spirito maligno e crudele! Perchè vuoi farmi ritornare grassa e inutile?-
-Ti assicuro che non è così, sei molto lontana dalla verità. Allora, hai deciso? Come fai ad avere dubbi? Lo ami quel ragazzo? Oppure no?-
-Si, il fatto è che… se torno grassa lo perderò lo stesso, quindi…- la ragazza guardò in aria mordendosi un labbro mostrando un’assurda incertezza, ma il suo cuore arido aveva già emesso la sentenza.
Cercò di immaginarsi il viso del ragazzo che diceva di amare ma non ci riuscì. Fu in quel momento che comprese di essersi presa in giro illudendosi di poter amare qualcuno.
-Credo di aver capito allora- sentenziò la donna. Piggy tacque e il suo silenzio comunicò più di qualsiasi altra frase che avrebbe potuto pronunciare.
-E allora è deciso- la donna le mise una mano gelida sul volto, fu un tocco dolce, quasi materno. La ragazza aprì per un istante gli occhi e notò una lacrima sul viso della fantomatica figura. Poi ci fu una luce fortissima e la donna si dileguò nel buio della notte.
Piggy si guardò con ansia le mani, poi le braccia, il ventre. Era ancora magra, anzi le sembrava di essere ancora più sottile. Rise dentro di sé con sollievo, questa volta era sicura di averla passata liscia e per sempre.
Cercò di correre per il suo appuntamento, anche se non aveva più senso. Non pensava neanche al fatto che poco prima aveva condannato a morte il giovane che asseriva di amare. Sicuramente non aveva dato peso a ciò che le era accaduto. Era quasi giunta a casa di Marco quando qualcosa attrasse la sua attenzione. Un manifesto funebre. Era lacerato, di sicuro risaliva a qualche anno addietro. Il sangue nelle sue vene si ghiacciò di botto. C’era scritto il suo cognome. No, non poteva essere vero. Guardò la fotografia. Si mise una mano davanti alla bocca tremolante. Era la strana donna che aveva incontrato quella sera.
-Ma perché…. O no, no- Piggy capì che la specie di spirito era sua madre. Fu una sensazione forte. Nella sua mente, iniziò a consolidarsi che quella ritratta sul manifesto fosse la stessa persona che non aveva mai conosciuto e che l’aveva abbandonata quando aveva pochi mesi. Non sapeva neanche che volto avesse. Della madre le era rimasto solo un brutto cognome. Forse fu quello il momento in cui cominciò a credere e, forse, capire.
Restò inebetita vagando senza meta per le strade della città. Era come se la spiacevole scoperta l’avesse folgorata. Probabilmente sentiva di aver perso l’occasione della vita.
Qualcuno la vide mentre farfugliava parole senza senso. Adesso il fantasma sembrava lei con i capelli smorti sul viso, scheletrica.
Marco la aspettò per tutta la notte. Vivo e vegeto, anzi, fu proprio lui a trovarla il mattino seguente nelle scale di casa sua.
-Alessia, ma…- la ragazza sembrava dormire, ma non pareva neanche essere lei. Era troppo magra, il viso scarnito. Solo pelle e ossa.
Marco ebbe la sensazione di guardare una mummia. La ragazza sembrava abbracciare qualcosa, ma in grembo non aveva niente. Chissà chi o cosa aveva immaginato prima di morire.
-Poverina, ho cercato di aiutarla. Proprio stasera che le dovevo dare il nome di un medico per la sua anoressia- si asciugò gli occhi umidi e chiamò la Polizia.
Se Marco avesse saputo la verità su com’erano realmente andate le cose non avrebbe sprecato neanche una lacrima, ma non lo seppe mai e nessun altro venne mai a conoscenza di ciò che era capitato a Piggy.
Quel nome continuò a essere presente per molto tempo ancora, ma chi lo pronunciava aveva sempre in mente la ragazza tanto grassa quanto inutile che nessuno aveva mai amato completamente.
Alessia morì magra come un filo d’erba. In fondo era stata la sua scelta, sacrificando Marco aveva firmato la sua condanna a morte. Se solo avesse capito che quella donna le aveva dato un’occasione, le cose sarebbero andate in maniera differente. Purtroppo il vuoto di Piggy era troppo grande e la risucchiò con avidità.
Avrebbe potuto fermarsi sull’orlo solo per contemplarlo quel nulla… ma dopotutto forse… aveva avuto quello che realmente si meritava.
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